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#ComeProust: di confini abbattuti

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Ho tra le mani l’articolo di quel contadino belga che ha spostato il confine con la Francia per passare meglio col trattore sul suo campo. E rido molto.  I confini sono la mia passione. Quando organizzo un viaggio cerco sempre di capire se sarà possibile visitare qualche frontiera, qualche confine.  I confini spesso sono qualcosa di quasi solido e tangibile, li vedi arrivare: sbarre, controlli oppure montagne e fiumi che segnano i confini naturali.  Altre volte invece passano e quasi non ci si accorge di loro, come se fossero solo qualcosa di immaginario, nella testa degli uomini e nelle cartine, più che nel mondo reale.  Però poi, a ben guardare, non è mai così. I confini ci sono e bisogna anche saperli cullare.  A me piacerebbe molto un mondo senza barriere, dove la libertà di viaggiare, muoversi e spostarsi fosse garantita al 100% anche se mi rendo conto essere utopia. Mi piacerebbe molto un mondo così perché vorrebbe dire avere un mondo mischiato, pieno di z...

#ComeProust: Bandiere sventolanti (in ricordo di Berlino e Stettino)

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Fuori tira un vento pazzesco, ho dovuto portare dentro la fragola e la ginestra. Ho sempre avuto un rapporto strano col vento: non l’ho mai amato molto. Poi è arrivata Tarifa e qualcosa dentro di me è cambiato. Ho capito che il vento è il respiro della Terra. Che il vento porta con sé anche cose belle, come i kite nel cielo: puntini colorati che volteggiano facendoci credere di poter volare.  Il vento mi fa venire mal di testa. Ma con un buon cappello posso passarci sopra (soprattutto avendo a portata di mano dell’ibuprofene!). In questo momento se guardo fuori dalla finestra vedo tende e panni stesi ad asciugare, strenuamente aggrappati alla loro asta di appartenenza. E la mia mente vola subito verso alcune bandiere svolazzanti in giro per l'Europa. La prima bandiera a cui penso è quella tedesca, nera - gialla e rossa - che sventola fiera sopra la cupola del Reichstag di Berlino. A quella cupola ci sono arrivata dopo aver camminato - mica poco - dentro quella foresta urbana che è ...

Ti voglio bene, sgarrupata, Stettino!

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Le mie città preferite sono ruvide, antipatiche, complicate . Di solito con molta storia da raccontare , hanno molti veli da alzare per afferrarle appieno. Difficilmente regalano l’effetto wow! E molto spesso spiegare il vero motivo per cui consiglio di vederle è complesso. A volte neanche consiglio di vederle, non a tutti almeno. Credo fortemente che il rapporto che si costruisce con una città sia simile a quello che si coltiva con una persona, quindi ognuno di noi ha idiosincrasie e gusti molti diversi che ci fanno amare o meno una città piuttosto che l’altra. O una tipologia di città. A me le città sgarrupate piacciono. Le trovo interessanti e mi ci sento a mio agio . Con Stettino l’amore è nato prima di vederla, era una di quelle su cui avevo più aspettative perché sentivo che ci saremmo piaciute. A volte possono capitare delle delusioni (come nel caso di Praga ) però il più delle volte mi conosco e ci azzecco. E infatti da subito ho sentito qualcosa smuover...

Quel che resta del ghetto di Łódź

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Łódź è una città interessante, una città che racconta la Polonia di oggi molto bene. Una città che vive di contrasti e di cui avrò molto da raccontarvi. Dovrò parlarvi della sua via centrale tutta pedonale, della sua fabbrica tessile che ne ha fatto una sorta di Manchester dell’est (e per questo non potevo non amarla), dei suoi restauri in corso, della sua stazione super moderna accanto a palazzi sgarrupati. Molte cose saranno da raccontare ma oggi voglio parlarvi di qualcosa che è stato cancellato , qualcosa che oggi si fatica a trovare ma proprio in quell’assenza racconta la sua storia. Il ghetto di Łódź (ah, parliamo subito chiaro, si legge Uch, con la c morbida alla fine, vi lascio due link, qui potete trovare come si pronuncia solo  Łódź  e  qui come si devono pronunciare le altre città polacche ) . Torniamo a noi, il ghetto di Łódź  (Lietzmannstadt)  era il secondo ghetto più popoloso della Polonia, secondo solo a quello di Varsavia. Qui er...

Varsavia e i suoi eroi

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In questo viaggio ci sono stati molti luoghi che hanno rapito il mio cuore, molti pezzi di me resteranno in terra polacca e ho accumulato infiniti momenti a cui tornare per riflettere, ricaricarmi e sospirare. Voglio iniziare a parlarvi di #Poloyum attraverso il racconto di alcuni eroi che ho conosciuto e, sopratutto, parlandovi di un luogo che mi ha commossa.  Siamo a Varsavia , una città di cui nel 1945 restava in piedi solo il 15% degli edifici e la cui popolazione era solo il 32% di quella prima della guerra . Varsavia è una città in cui ogni pietra parla di martiri, vittime, sangue versato sull'altare della Patria. Varsavia è una città martire che come poche altre ha saputo rialzarsi dalle ceneri e ha scelto di tornare a splendere invece di arrendersi alla cancellazione della storia. Questo carattere, dimostrato dopo la Guerra e oggi davanti agli occhi di tutti (perché diciamocelo, Varsavia è proprio bella e nessun viaggiatore ne può restare indif...